da Il Mattino del 12 maggio 2006

 

 

 

La battaglia di Vivara gli eredi dell’isolotto pronti per la gestione

 di ANTIMO SCOTTO Monte di Procida.

 

 

«Non ne sapevamo nulla e quindi, prima di dire qualsiasi cosa, vogliamo avere le idee chiare. Non posso rispondere ad alcuna domanda perché al momento non sono in grado di sapere come stiano realmente le cose». A parlare è Francesca Diana, una dei beneficiari della storica sentenza, disorientata dal clamore improvviso. Un clamore che ha colto di sorpresa i protagonisti involontari di questa vertenza. Già, involontari. Colui che invece avrebbe accolto con soddisfazione l’esito della vicenda giudiziaria, l’avvocato Giuseppe Diana, papà di Francesca e Antonio, è purtroppo scomparso l’anno scorso senza riuscire a vedersi riconosciute le ragioni su Vivara. Anzi, su Bìvaro. L’avvocato Diana, sosteneva infatti che così andrebbe correttamente chiamato, come si evince da numerosi atti ufficiali risalenti al 1700-1800. Ci aveva scritto persino un saggio, pubblicato sei anni fa col patrocinio del Comune di Procida («Bìvaro, l’isola dei castori»), nel quale aveva appunto sostenuto che le origini del nome non fossero quelle latine: non «vivarium», un vivaio floro-faunistico, bensì la distorsione napoletana della parola «bìvaro», etimo di origine celtica che significa castoro e che trova la sua giustificazione nella massiccia presenza sull’isoletta di una sottospecie del roditore, il cosiddetto «nutria», dal tronco di castoro e con la coda di topo. In quel testo Diana aveva raccolto atti, documenti e testimonianze su Vivara, su quel feudo dalle magiche caratteristiche naturali. Fra le prestigiose presenze, menziona quella di Eduardo Scarfoglio che prese in affitto l’isola nel 1910. L’anno dopo VIVARA finì all’asta, aggiudicata ai fratelli Biagio e Domenico Scotto Lachianca, medici procidani molto affermati: il primo aveva tra l’altro commercializzato il catetere in America Latina nella seconda metà dell’Ottocento; il secondo era stato consigliere comunale a Napoli, ma era stato anche armatore e, rimasto unico proprietario di Vivara, aveva puntato sulle sue risorse agricole, producendo eccellenti vini, olio e frutta varia. Privo di discendenti diretti Domenico Scotto Lachianca nominò erede universale l’Ospedale Albano Francescano e alla sua morte, il 10 luglio 1940, VIVARA passò, insieme con una cinquantina di vani, terreni a Procida e Monte di Procida e due milioni e mezzo di lire in contanti, all’istituto che prestava conforto ai poveri e bisognosi. Secondo l’avvocato Diana, discendente attraverso una linea di parentela collaterale dei Lachianca (una zia dei fratelli Biagio e Domenico, Margherita, coniugata con Loreto Schiano Lomoriello), il lascito era stato nel tempo invalidato dalle mutate attività dell’ente. Diana era noto e stimato professionista, appassionato cultore della storia dei Campi Flegrei ed autore di numerosi saggi di ricerca nei quali non mancava di proporre anche idee per la valorizzazione delle risorse. L’ultimo suo scritto lo ha visto impegnato sulla storia di Monte di Procida; un testo che aveva dedicato a don Antonio Diana, a lungo parroco della chiesa di Sant’Antonio, nella frazione Casevecchie.

 

 

 

Donazione tradita, Vivara torna ai privati

 

 di Domenico Ambrosino


 Eduardo Scarfoglio si innamorò di quel paradiso naturale. Prese in affitto l’isolotto dal 24 novembre 1910 al 31 luglio 1911 per un canone di 1300 lire. Altri tempi, altra storia. Allora bastava una stretta di mano tra gentiluomini e il patto era automaticamente sancito. Oggi l’isolotto di
VIVARA cambia proprietario, sullo sfondo una storia di veleni e accuse sull’atto di donazione. L’oasi verde, insieme con tutti gli altri beni dell’ente «Ospedale Civico Albano Francescano», deve essere restituito ai fratelli Antonio e Francesca Diana, di Monte di Procida, figli del defunto avvocato Giuseppe, che ne aveva rivendicato la proprietà. È quanto stabilito dalla terza sezione della Corte di appello. Secondo i magistrati è legittimo, infatti, il ricorso presentato dell’avvocato Giuseppe Diana, lontano erede di Domenico Scotto Lachianca, il primo proprietario di VIVARA che nel ’39 aveva donato il bene all’ospedale di Procida. Donazione con una clausola ben precisa: l’assistenza ai malati poveri. Una clausola che, però, secondo i giudici non sarebbe stata rispettata.