La caccia nei secoli

nelle isole di Procida e Vivara dai Romani ai Borboni
 
Consideriamo la caccia non uno sport (ne è ben lontana dai principi cardini) bensì un assassinio gratuito da abolire, indegno dell'era moderna!

La caccia nelle isole di Procida e Vivara inizia al tempo dei Romani.
Infatti essendo questi territori nelle vicinanze di Baia, furono preferiti dai Romani come luoghi di delizie e di caccia.
Con la caduta dell'Impero questa attività viene sospesa.
Riprese soltanto nel 1200 con il feudatario dell'isola, Giovanni da Procida. Vivara divenne una riserva di animali selvatici. Nel 1505, Alfonso D'Avalos d'Aragona vi introdusse fagiani e altre specie di uccelli, facendoli venire dalla Calabria, e incrementò anche l'allevamento di lepri, conigli e altro selvaggina.
Nel 1744 re Carlo III di Borbone recandosi per la prima volta a Procida, restò affascinato dalla bellezza delle contrade del "Cottimo", di "Pizzaco" e "Solchiaro".
Poiché era un appassionato di caccia, ne curò il ripopolamento avicolo e fece introdurre lepri, conigli e fagiani sull'isolotto di Vivara; inoltre diede ordine di iniziare i lavori di costruzione di alcune caccette reali. Una di queste è situata all'estremità del sentiero principale di Vivara, ed è denominata la "tavola del re"; infatti, in questa costruzione, oggi in condizioni fatiscenti, fino agli anni '70 era possibile ammirare un tavolo in tufo che serviva al re Carlo III per pranzare quando veniva a caccia sull'isolotto. Essendo questo distante dal palazzo reale, al re conveniva pranzare sul posto per poi riprendere la caccia nel pomeriggio. Purtroppo oggi del tavolo non resta più nulla, in quanto è stato distrutto negli anni '70 dall'inciviltà dei cacciatori.
Il re nei mesi di maggio e settembre, spesso in compagnia della regina che però preferiva restare al palazzo D'Avalos, veniva a caccia nell'isola di Procida e per eliminare ogni pericolo per la selvaggina, impose alla popolazione il divieto di caccia e di allevare gatti, che costituivano un pericolo per i fagiani (stime parlano di 600 esemplari). In conseguenza di questa ordinanza reale, i topi proliferavano a dismisura e così Carlo III fu costretto a concedere ai gatti di scorazzare liberamente nell'isola.
Anche il successore di Carlo III, il figlio Ferdinando IV, era appassionato di caccia per cui spesso veniva a Procida. Durante il suo regno furono costruite numerose caccette, di alcune si conservano ancora gli immobili come Villa Lavina a Pizzaco e palazzo Guarracino alle Centane.
Ferdinando rimase talmente affascinato dalla bellezza di Procida che nel 1792 la onorò con il titolo di "Reale città e isola di Procida" migliorando anche le condizioni della popolazione: molte strade infatti furono lastricate, sorsero numerosi palazzi signorili e furono erette numerose fortificazioni per la difesa contro l'attacco dei pirati.