L'isola di Vivara,
in età preistorica, grazie alla sua posizione strategica, consentiva
di controllare contemporaneamente il canale di Ischia e tutte le navi provenienti
dal basso Tirreno che, doppiata la Punta Campanella si affacciavano nel
golfo di Napoli.
L'Isola, inoltre, con il suo bacino costituito dal cratere vulcanico, rappresentava
un formidabile porto naturale, che poteva offrire un approdo sicuro ed al
riparo dai venti. Di questi possibili insediamenti portuali non resta più
alcuna traccia: il livello del mare si è infatti alzato, a causa
dei continui fenomeni di bradisismo, di circa sei metri dall'età
romana ad oggi. Diversa sorte invece ebbe l'originario villaggio preistorico
che verso gli inizi del XVII secolo a. C. si insediò sul pianoro dell'isola
e sulle tre punte principali: Punta Capitello a nord, Punta d'Alaca ad ovest
e Punta Mezzogiorno a sud.
Le prime ricerche archeologiche furono condotte, verso la metà degli
anni '30, da Giorgio Buchner, allora giovane archeologo, e portarono alla
scoperta dei nuclei abitativi sopra citati risalenti all'Età del
Bronzo. Fra i reperti raccolti dal Buchner nell'area di scavo di Punta Capitello,
oltre ad un ricco repertorio di ceramiche attribuibili alla cultura appenninica
classica (XV-XIII secolo a.C ), risultarono di particolare interesse due
frammenti di vasi in argilla. Si trattava di due reperti fondamentali per
la ricostruzione della storia delle più antiche navigazioni greco-micenee
in Occidente, in quanto la loro datazione (XV secolo) le identifica fra
le testimonianze più antiche di questi contatti che la Grecia aveva
con le isole del Tirreno meridionale.
A questi limitati
saggi di scavo, pur rilevanti, non seguirono negli anni successivi ulteriori
approfondimenti. Soltanto nel 1975 alcuni studiosi dell'Università
degli Studi di Roma ripresero le ricerche sull'Isola di Vivara, e cominciarono
lo scavo dei due nuclei d'insediamento più rilevanti collocati sulle
terrazze sovrastanti Punta d'Alaca (vedi foto) e Punta Mezzogiorno. Queste nuove ricerche,
condotte fino al 1982, confermarono ed arricchirono i dati di Buchner. Al
nucleo più arcaico di Punta Mezzogiorno si rilevarono le prime tracce
evidenti di attività legate alla lavorazione del bronzo, segno che
Vivara a quell'epoca rappresentava il fulcro della rete di scambi tra il
Tirreno centro-settentrionale e le Isole Eolie. Ma la principale area di
interesse archeologico è quella situata sulla terrazza naturale di
Punta d'Alaca.
Qui furono scoperti
i resti di strutture abitative di grandi dimensioni, insieme ad una notevole
quantità di reperti vascolari egei risalenti all'epoca Greco-Micenea
(XVI-XV secolo a. C ). L'insediamento di Punta d'Alaca doveva essere sicuramente
coinvolto nella lavorazione del metallo, come dimostrano le numerose gocce
ed alcune scorie di fusione rinvenute nell'area.
Contemporaneamente allo sviluppo dell'insediamento di Punta D'Alaca si ipotizza
quello che dovette avere il nucleo principale dell'isola che occupava il
pianoro. Questo ormai è perso del tutto a causa delle abitazioni
costruite nel 1600 e dello sfruttamento agricolo.
Nel 1996 fu avviato il progetto "Vivara": esso prevedeva l'attivazione
di un laboratorio archeologico e lo studio del bacino compreso tra Santa
Margherita e Vivara che costituiva l'antico porto-approdo collegato ai villaggi
dell'età del Bronzo.
Con le proiezioni subacquee si individuò l'originario aspetto dell'area
del golfo di Gènito. Esso appariva occupato in gran parte da una
spiaggia, oggi sommersa, usata per tirare a secco le imbarcazioni; lungo
la costa si aprivano grotte naturali che venivano utilizzate come magazzini.
Tutto L'impianto portuale era collegato con gli insediamenti di Vivara attraverso
un sistema di scale, le cui tracce sono state individuate fino ad una profondità
di 9 metri sotto il livello del mare.
[Davide Z., 2004]